Da laboratorio di mobili a casa, l’architettura industriale diventa domestica Big&bright

Entrare qui significa attraversare una soglia tra due scale diverse: quella minuta della città e quella, improvvisamente ampia, di un interno industriale. Il progetto di Henning Stummel nasce dalla trasformazione di un ex laboratorio di mobili nascosto all’interno di un isolato vittoriano di Camden, a Londra, e conserva volutamente la percezione originaria di un grande spazio di lavoro.

La prima lezione di questo progetto riguarda proprio la conservazione del volume. Invece di frammentare il capannone con una successione di stanze tradizionali, l’architetto lavora per inserimenti. I volumi domestici sono concepiti come vere e proprie architetture nell’architettura: grandi corpi rivestiti in multistrato di betulla si appoggiano all’interno dell’involucro industriale senza cancellarne la lettura complessiva. È una strategia che permette di mantenere la continuità spaziale della hall e, allo stesso tempo, di ricavare gli ambienti più privati della casa.

Il tetto a shed e la struttura metallica rimangono protagonisti. Capriate, travi, pilastri e lucernari non vengono nascosti, ma entrano nel linguaggio dell’abitazione. La luce zenitale scende dall’alto, si muove sulle grandi pareti bianche e arriva fino al pavimento continuo in cemento, contribuendo a definire lo spazio più degli elementi decorativi.

Anche la distribuzione è costruita attraverso una serie di contrasti. Il piano terra è aperto e quasi pubblico: cucina, grande tavolo da pranzo e soggiorno occupano lo spazio industriale senza dividerlo rigidamente. La cucina si presenta come un lungo volume in legno con piano in cemento, mentre il tavolo, le panche e le lampade sospese mantengono volutamente proporzioni generose, adatte alla scala dell’ambiente.

Più interessante ancora è il modo in cui vengono organizzati i percorsi. Scale e passerelle attraversano il volume in altezza e permettono di percepirlo continuamente da punti di vista diversi. Il piano superiore non diventa quindi un normale secondo livello, ma una sorta di mezzanino abitato che affaccia sul grande spazio centrale. In questo modo la casa conserva sempre la memoria della sua precedente funzione.

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I materiali seguono la stessa logica. Cemento levigato, acciaio, vetro e legno chiaro convivono senza gerarchie. Il multistrato di betulla riveste pareti, porte, armadi e volumi contenitori, trasformandosi in una sorta di pelle continua. Accanto alla durezza del metallo e del cemento, introduce una qualità più tattile e domestica.

Anche il rapporto con l’esterno è risolto in modo molto preciso. Le grandi aperture a tutta altezza mettono in comunicazione il soggiorno con la piccola corte racchiusa dai vecchi muri in mattoni. Non serve un grande giardino: il contrasto tra la superficie continua dell’interno e la materia irregolare della pavimentazione esterna rende questo spazio residuale una vera stanza all’aperto.

Questa trasformazione funziona perché non cerca mai di far dimenticare ciò che l’edificio è stato. Al contrario, la sua identità industriale diventa la struttura del progetto. La casa non viene inserita cancellando il laboratorio: viene costruita dentro il laboratorio, mantenendo leggibili la grande sezione, la copertura, la luce dall’alto e la successione dei volumi.

Ed è forse questa la lezione più interessante: quando un edificio possiede una forte identità, ristrutturare non significa necessariamente uniformare o rendere tutto più domestico. A volte il progetto migliore nasce proprio lasciando che due linguaggi diversi, quello industriale e quello dell’abitare, restino entrambi visibili.

 

Source: themodernhouse.com

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